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1938 Le leggi antiebraiche dell’Italia fascista

di Sara Berger e Marcello Pezzetti

Istruzione e cultura

Le disposizioni antiebraiche varate dal regime colpirono in modo radicale i settori dell’istruzione e della cultura. Uno dei primi decreti (inizi di settembre 1938) segnò infatti l’esclusione degli ebrei dalle scuole pubbliche e dalle Università, una misura più drastica dell’introduzione del numerus clausus da parte di altri paesi che sostenevano una politica antiebraica. Ciò avrebbe in futuro diminuito fortemente il numero degli ebrei nelle libere professioni e avrebbe lasciato campo aperto ai loro concorrenti “ariani”. Alle sole Comunità ebraiche fu permesso occuparsi degli alunni espulsi dalle scuole pubbliche; in alcune città, tuttavia, vennero istituite nelle stesse scuole pubbliche delle classi separate. Solo a chi aveva già iniziato gli studi universitari fu permesso di proseguire.

Istruzione e cultura rappresentavano però anche gli ambiti lavorativi in cui gli ebrei erano percentualmente più presenti. Con gli studenti, il ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai espulse anche i docenti di “razza ebraica”.

I presidi e i docenti delle scuole medie e superiori toccati da tali provvedimenti furono 279; i professori universitari ordinari e straordinari 96, ovvero il 7 % dell’intera categoria; i liberi docenti abilitati oltre 200; gli aiuti, assistenti e professori incaricati almeno 133; i direttori e gli insegnanti di scuola elementare oltre 100; gli studenti alcune migliaia.

Tra essi, alcuni tra i più importanti rappresentanti dell’Intellighenzia nazionale, di fama internazionale, quali i matematici e fisici Vito Volterra, Federico Enriques, Tullio Levi Civita, Guido Castelnuovo, Guido Fubini, Bruno Rossi, Eugenio Fubini, Giulio Racah e il futuro premio Nobel Emilio Segrè; il chimico Mario Giacomo Levi, l’anatomista Giuseppe Levi, gli economisti Gustavo Del Vecchio e Gino Luzzato; il giurista Edoardo Volterra; gli storici Arnaldo Momigliano e Roberto Lopez; gli storici dell’arte Paolo D’Ancona e Doro Levi; gli storici della letteratura Attilio Momigliano ed Ezio Levi D’Ancona. Non poterono più continuare gli studi i futuri premi Nobel Salvatore Luria, Franco Modigliani e Rita Levi-Montalcini.

Dalle scuole pubbliche furono cancellate anche tutte le altre tracce di ebraismo, come i nomi di scuole, i libri di testo di autori ebrei (114) e di autori “ariani” che facevano riferimenti a ebrei morti dopo il 1850, carte geografiche murali di autori ebrei, ecc.

Nessuna mostra venne più allestita da pittori e scultori ebrei, così come nessun editore pubblicò più nuovi libri di autori ebrei (quelli già editi vennero via via ritirati dalla circolazione). Questi non poterono nemmeno più “accedere alle biblioteche pubbliche e governative”.

Il ministro della Cultura Popolare Dino Alfieri proibì “qualsiasi attività nel settore dello spettacolo”: registi, attori, musicisti, quali Mario Castelnuovo Tedesco e Vittore Veneziani, concertisti, cantanti, autori, ecc. sparirono dalle emittenti radiofoniche, dai teatri d’opera e di prosa, dal mondo del cinema, i loro nomi dai cataloghi discografici, ecc.
I membri di accademie e società scientifiche, letterarie, storiche e musicali espulsi furono almeno 672.

Come scrisse il ministro Bottai, si trattò dell’“assoluta progressiva eliminazione degli ebrei stessi dai gangli vitali della nazione”.

01 Messaggero

01 Messaggero

3 settembre 1938. Il Messaggero annuncia l’espulsione degli studenti e dei docenti ebrei dalle scuole e dalle università. La decisione è presa dal Consiglio dei ministri (cfr. "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", decreto-legge, 5 settembre...

02 Scuola arianità

02 Scuola arianità

Firenze, istituto Niccolò Acciaiuoli, 19 ottobre 1938. Dichiarazione di "non appartenenza" alla "razza ebraica" per l’iscrizione alla quinta elementare dello studente Gino Tarchi. Fondazione Museo della Shoah, Roma

03 Fiume scuola

03 Fiume scuola

Per gli studenti ebrei, in alcuni casi sono istituite sezioni scolastiche "speciali". I locali però devono essere separati da quelli "normali", gli orari diversi. Questo documento del 21 settembre 1938 è relativo al caso della città di Fiume. Državni Arhiv Rijeka...

04 Fiume

04 Fiume

Fiume. Bambini della sezione speciale “ebraica” della scuola pubblica. Archivio privato Nevenka Wortman, Rijeka / Sanja Simper, Od emancipacije do holokausta. Židovi u Rijeci i Opatiji, 1867-1945, Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2013

05 Napoli

05 Napoli

Napoli. Una classe speciale per ebrei creata nel 1938. In alto, il secondo da sinistra è Dario Foà; il terzo il fratello Tullio. Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano

06 Libia scuola

06 Libia scuola

Febbraio 1939. Il ministero dell’Africa Italiana cerca di chiarire alcuni quesiti circa l’applicazione, in Libia e nell’Africa Orientale Italiana, del decreto che espelle gli studenti ebrei dalle scuole pubbliche. Archivio dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore...

07 Tripoli scuola 1 07 Tripoli scuola 2

07 Tripoli scuola 1 07 Tripoli scuola 2

Tripoli (Libia), 1939. Gli alunni di "razza ebraica" sono costretti a lasciare la scuola pubblica, definita "ariana", e a frequentare la già esistente scuola ebraica "Città vecchia". Foto 1: alunni della scuola ebraica Foto 2: la scuola "ariana" Archivio storico...

08 Scuola suora

08 Scuola suora

Marzo 1939. Alla Direzione Generale per la Demografia e la Razza viene sottoposto il caso della suora di "razza ebraica" Maria Consolata. La suora è un’educatrice dell’Asilo infantile "Filippi" di Vercelli sospesa dall’insegnamento. Nata col nome di Cesira Calabresi...

09a Volterra

09a Volterra

Una delle schede personali compilate per il censimento del "personale di razza ebraica" è quella relativa al professore ordinario Edoardo Volterra (1904-1984), dell’Università di Bologna. Dopo l’espulsione dall’università, il giurista di diritto romano insegna e fa...

09b Volterra

09b Volterra

Aula magna dell’Università di Bologna, 22 giugno 1947. Seduto, al centro, il rettore Edoardo Volterra durante una commemorazione di Guglielmo Marconi. Biblioteca Universitaria di Bologna, sezione Archivio storico

10 Elenco università

10 Elenco università

Presso il ministero dell’Educazione Nazionale vengono stilati gli elenchi di tutti i dipendenti delle università “che appartengono alla razza ebraica”. Qui parte dell’elenco degli “aiuti ed assistenti ordinari e straordinari”. Archivio Centrale dello Stato,...

11 manuali

11 manuali

Settembre 1938. Il ministero dell’Educazione Nazionale vieta la presenza di testi di autori ebrei nelle scuole. Alcuni giornali elencano i nomi di "114 ebrei purosangue" autori di manuali. Le opere di ebrei vengono in seguito anche bandite dai teatri lirici e di...

12 manuali

12 manuali

Alcune pubblicazioni scritte o curate da ebrei tolte dalla circolazione. Arnaldo Bonaventura, Manuale di Cultura Musicale ad uso degli istituti magistrali e dei licei femminili, Livorno, Raffaello Giusti Editori, 1924. Paola Carrara Lombroso, Fiabe vecchie e nuove di...

13 biblioteche

13 biblioteche

Aprile 1942. Dopo aver già disposto il divieto per le "persone di razza ebraica" di accedere alle biblioteche pubbliche, il ministero dell’Interno proibisce l’accesso anche a quelle degli enti ausiliari. Archivio di stato, Milano

14 Spettacolo

14 Spettacolo

18 giugno 1940. La Direzione generale per la Demografia e la Razza, con una circolare ai prefetti del Regno, proibisce agli ebrei qualsiasi attività nel settore dello spettacolo (cfr. anche la legge del 19 aprile 1942). Archivio Centrale dello Stato, Roma

 

I sopravvissuti alla deportazione nei Lager nazisti raccontano come hanno vissuto l’espulsione dalla scuola.

Io fui tolto dalla scuola Metastasio di Roma. Mi disse il preside che il giorno dopo non dovevo venire più a scuola. E così è stato e così fu, come diceva il faraone. Da alunno ero molto bravo, avevo una specializzazione in matematica e mi piaceva molto la geografia, c’ho avuto sempre un fascino per le capitali. Tanta amarezza, perché nun esiste che l’altri andavano a scuola e io no. Da quel momento, l’antisemitismo nasceva a passo d’uomo, a carica… (Giacomo Moscato, Roma)[1]

 

Io sono andata per andare a scuola e non mi hanno voluto. Ci ho pianto tanto quella mattina, tanto, perché avevo tutte le compagne cattoliche, ci volevamo bene. Poi la maestra ci voleva anche bene… piangeva, e piangevamo noi bambini. La vita allora è cambiata dal giorno alla notte. (Silvia Di Veroli, Roma)[2]

 

Ho finito la quinta quando il Duce è venuto a Genova. Io, che ero così patriota, quando è venuto il Duce, vestita da piccola italiana, ho fatto un tema meraviglioso parlando di lui e me l’hanno persino appeso nella bacheca. Ah, il Duce per me era qualcosa di speciale a quei tempi! Poi basta, poi è finita. A settembre, quando si riaprivano le scuole, mia mamma dice: “Guarda, non puoi più andare a scuola!” A me piaceva tantissimo andare a scuola, perché ero bravissima in matematica. Allora sono andata a lavorare, a fare la sarta. Ma andavo avanti indietro con dei libri in mano per darmi le arie che andavo a scuola. Durante il percorso c’era una scuola media, c’andavo lì e stavo in mezzo a loro con stì libri per farmi vedere. Chi passava diceva: “Ah, ma guarda un po’, va a scuola anche lei!” Capisce? Eh, son rimasta male perché io avevo, non so, un qualcosa di bello su questa Italia… Poi non me ne rendevo conto di preciso cosa era questo ebraismo che era diverso, perché per me era una religione. Io ero italiana e basta! Non lo capivo per quale motivo si doveva essere diversi. (Dora Venezia, Genova)[3]

 

Ho incontrato il mio ex professore di ginnasio, che mi adorava, ero la prima della classe; gli sono corsa incontro dicendo: “Professore, ma ha visto cosa ci fa Mussolini?” E lui mi ha risposto: “Sai, il duce ha sempre ragione!” Lì è stato proprio il crollo del mondo in cui eravamo vissuti fino al ’38. E’ vero che lui aveva quattro figli e aveva paura per il suo futuro, però è stato tremendo. Con le leggi tutto è cambiato e dopo, effettivamente, essere ebrei voleva dire essere perseguitati. Mio papà, avendo fatto la guerra, poteva farsi discriminare, cosa però che non ha protetto nessuno, perchè si è rivelata assolutamente fasulla. Io ho sentito che perdevo i punti di riferimento. Io sono stata molto privilegiata, perchè avendo già fatto il primo anno di università, medicina, ho potuto continuare. (Luciana Nissim, Torino)[4]

 

Io avrei dovuto far la carriera universitaria, ero già assistente alla cattedra di linguistica del professor Terracini, ma naturalmente sono stata allontanata dall’università. Contemporaneamente avevo fatto un concorso per una cattedra di lettere nel ginnasio superiore e l’ho vinto, però quando c’è stata la richiesta da parte del Ministero per avere la sede, non l’ho avuta. Quindi io non ho mai insegnato neanche un giorno di scuola. Questo ha inciso molto poi nel futuro. (Giuliana Fiorentino Tedeschi, Torino)[5]

 

Il primo impatto con le leggi razziali io lo ebbi quando fummo esclusi dalle scuole. Io, che non ero un gran studente, ebbi una reazione: mi misi a studiare come un pazzo. Beh, feci la maturità, passai con la media nel nove, è stata la più bella pagella di quell’anno. E pensare che nella mia famiglia lo spirito di italianità era molto diffuso: mio zio Alberto era l’amico fraterno di Nazario Sauro [esponente di spicco dell’irredentismo italiano], l’altro mio zio, Andrea, era stato legionario fiumano. Finirono ad Auschwitz. (Alessandro Kroo, Fiume)[6]

 

A Roma la scuola ebraica era completamente diversa dall’altra che avevo frequentato prima, c’era un maggior affiatamento e gli insegnanti erano molto più vicini a noi bambini di quanto non fosse nella scuola pubblica. Era un mondo che crollava, però nello stesso tempo era un nuovo mondo che nasceva, perché ho trovato i nuovi amici, molti dei quali son rimasti gli amici per tutta la vita. Credo che avessero istillato in noi l’idea di dover dare qualche cosa di più; questo ha portato indubbiamente a una grossa competizione. Direi che studiavo addirittura più volentieri di quanto non fosse nella scuola pubblica. (Piero Terracina, Roma)[7]

 

A Trieste decidono di costituire una scuola per gli ebrei perché altrimenti i figli rimangono senza una preparazione: “Facciamo pagare tutti quelli che possono dare, quelli che non hanno soldi avranno gratis, agli insegnanti facciamo firmare che daranno la loro opera gratuita ma però riceveranno una parte di quei soldi che noi riceveremo come contributo.” Mi mandano a chiamare: “Vuole venire lei?” e io dico: “Sì, per le classi prime” “Ah, qui non possiamo far classi prime, classi seconde; lei mi deve prender tutto: scuola media, magistrali, istituto tecnico, liceo scientifico, classico! Deve insegnare disegno e storia dell’arte.” Ebbene, erano ragazzi che si rendevano conto che l’unica cosa che valeva in quel momento era lo studio. Si cercava di fare di tutto per render meno tragico quel periodo. (Italo Dino Levi, Trieste)[8]

 

Alla scuola ebraica di Firenze è stata una crescita accelerata, come quei pulcini sotto le lampade dei Kibbutz con la luce anche di notte. E’ stata una scuola straordinaria, dove sia noi ragazzi, sia gli insegnanti volevano dimostrare al mondo il proprio valore. La più gran parte dei nostri insegnanti erano docenti universitari, e noi avevamo una grande motivazione a studiare, io lo facevo in maniera parossistica. I nostri professori, quando qualcuno di noi perdeva delle battute, ci invitavano a casa e ci facevano delle lezioni private. Non era possibile andare a scuola senza aver studiato, eravamo tutti al massimo del nostro rendimento. Noi eravamo preparati anche per temi d’italiano contro gli ebrei. Mi ricordo che il professor Ventura disse: “Voglio che vi prepariate anche per il caso in cui vi venisse proposto un tema razzista.” Cosa incredibile, cosa grandiosa! Ricordo che il preside della scuola in cui davamo gli esami, al primo anno fece scrutinare gli ebrei divisi dagli ariani e si ottenne un quadro completamente diverso da quello che lui si aspettava: gli ebrei avevano tutti la media degli otto decimi, gli altri ragazzi, come tutti i ragazzi del mondo, chi sette, chi sei, chi cinque, chi quattro. (Nedo Fiano, Firenze)[9]

 

Mi ricordo un episodio in particolare, successo a fine giugno 1941. Io e Corrado De Benedetti, finito il ginnasio, ci presentiamo a dare gli esami di ammissione al liceo scientifico. Era un esame obbligatorio anche per gli altri, quindi eravamo in parecchi. Tutti vengono disposti in un corridoio dove avevano messo i banchi; la mattina del compito scritto di matematica, noi due veniamo chiamati all’appello per ultimi. Veniamo chiusi in un’aula, separati dagli altri, da parte della professoressa, si chiamava Rosina Stanzani, era il terrore del liceo scientifico. Ci chiude a chiave dentro un’aula, sentiamo che detta il compito di matematica nel corridoio agli altri ottanta che erano, e poi viene da noi e ci consegna due foglietti con i compiti da svolgere. C’era un problema semplice e un’uguaglianza che conteneva un trabocchetto: facilissimo! Mezz’ora dopo io e il De Benedetti abbiamo finito. La professoressa aveva già detto, urlando, che fino alle undici nessuno chiedesse di andare ai gabinetti. Io busso, un bidello ci apre, e appena la professoressa mi vede fa: “Dove vai? Fino alle undici!” “Professoressa – dico – noi abbiamo finito” Tra lo stupore di tutto il corridoio consegniamo i nostri fogli e usciamo. Gli altri cominciano a uscire dopo le undici: il problema, tutto bene, ma sull’uguaglianza non c’è nessun risultato che sia uguale al nostro. Non avevamo sbagliato noi, avevano sbagliato quasi tutti gli altri. Facciamo anche l’orale, che va bene. Ebbene, in piena campagna razziale, la professoressa Rosina Stanzani pubblica i suoi voti dove si vedono, su un’ottantina di ragazzi, settantadue rimandati a ottobre in matematica, otto promossi. Sei con sei, io sono in testa con l’otto e il De Benedetti col sette. La Rosina Stanzani non aveva sentito ragione: i due ebrei erano i meglio e lei aveva dato l’otto e il sette solo a loro. C’erano persone che nonostante tutto andavano dritte per la loro strada, infischiandosene del fascismo e delle leggi razziali. La maggior parte no. (Franco Schönheit, Ferrara)[10]

 

[1] Marcello Pezzetti, Il libro della Shoah italiana, Torino, Einaudi, 2009, pp. 27-28.

[2] Marcello Pezzetti, ibidem, pp. 30-31.

[3] Marcello Pezzetti, ibidem, pp. 37-38.

[4] Marcello Pezzetti, ibidem, p. 36.

[5] Marcello Pezzetti, ibidem, p. 36.

[6] Marcello Pezzetti, ibidem, p. 33.

[7] Marcello Pezzetti, ibidem, pp. 41-42.

[8] Marcello Pezzetti, ibidem, p. 42.

[9] Marcello Pezzetti, ibidem, p. 43.

[10] Marcello Pezzetti, ibidem, pp. 46-47.

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