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1938 Le leggi antiebraiche dell’Italia fascista

di Sara Berger e Marcello Pezzetti

Epilogo

Gli anni tra il 1938 e il 1943, ovvero il periodo caratterizzato dalla “persecuzione dei diritti”, rappresentarono un momento di indicibile sofferenza per gli ebrei in Italia, italiani e stranieri. Il fascismo, tuttavia, fino ai giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943 non perseguitò le loro vite.

I più fortunati furono quelli che erano stati internati nelle regioni meridionali, perché vennero liberati dagli Alleati, ma gli ebrei che si trovavano nel territorio del Centro e del Nord finirono nel mirino dei tedeschi e del nuovo governo fascista, ormai senza più alcuna protezione. Dopo la tragica retata nazista del 16 ottobre del 1943, che decimò l’ebraismo della capitale, il 30 novembre il governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) emanò l’ordine di polizia n. 5, che dispose l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei in campi provinciali, in attesa che fosse approntato il grande campo di concentramento nazionale a Fossoli, nei pressi di Carpi (Modena). Fu ordinato anche il sequestro dei beni.

Fra il 1943 e il 1945 furono deportati dall’Italia e dalle isole del Dodecaneso circa 9.000 persone, gran parte delle quali nel centro di messa a morte di Auschwitz-Birkenau. Altri furono uccisi in Italia nel corso di stragi, come sul lago Maggiore, o di rappresaglie, come alle Fosse Ardeatine, a Roma.

La legislazione antiebraica si rivelò importante anche in questo decisivo periodo. I nazisti non dovettero più emanare leggi per separare gli ebrei dal resto della società, come avevano dovuto fare negli altri paesi occupati. Inoltre poterono utilizzare gli elenchi degli ebrei stilati con il censimento del 1938 e continuamente aggiornati; non fu quindi necessario individuare prima le vittime. Una parte degli ebrei, infine, era già in stato di fermo in campi di internamento.

Gli ebrei furono delle vittime ancora più indifese rispetto a quanto non lo fossero cinque anni prima: avevano perso preziosi contatti con i loro concittadini non ebrei, che sarebbero stati di vitale importanza per arrivare a nascondersi; inoltre non pochi si ritrovarono senza più mezzi per pagare fughe costose o rifugi nei conventi. Oltretutto una parte della popolazione italiana, grazie anche alla penetrazione della capillare propaganda antisemita, fu pronta a denunciare gli ebrei. Alcuni italiani “ariani” si riunirono in bande collaborando con i nazisti nella caccia all’ebreo.

Singoli italiani trovarono tuttavia il coraggio di aiutare i perseguitati, e fondamentale fu anche l’autoassistenza, come quella della Delasem che operò in clandestinità. Almeno 4.500 ebrei riuscirono a mettersi in salvo in Svizzera, ma un numero non irrilevante fu respinto, finendo spesso nelle mani nazi-fasciste. Oltre 1.000 furono gli ebrei che presero parte al movimento di resistenza: il primo partigiano caduto in combattimento, il 4 dicembre 1943, fu Sergio Diena, di “Giustizia e Libertà”, e il più giovane partigiano ucciso fu Franco Cesana, di soli 13 anni, che cadde sulle montagne modenesi. Oltre 100 furono le vittime, tra cui molte donne.

Alla fine della guerra gran parte delle famiglie ebraiche dovette fare i conti con la perdita dei propri cari e molti ebrei emigrati non tornarono più nella loro patria.

Le ferite provocate dalle leggi e da anni di persecuzione rimasero per lungo tempo aperte. In parte lo sono ancora.

 

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